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La Stagione d’Opera 2027

23 Mar 26 | Novità

8 titoli, di cui 6 opere, un concerto e un’operetta,con 5 nuovi allestimenti, 4 coproduzioni nazionali e internazionali, 2 opere nuove.

“La Stagione del Teatro Regio di Parma è uno dei temi su cui abbiamo lavorato con molto impegno nel mio mandato da Sindaco. E la qualità dei titoli e il numero di spettatori che è stato sempre crescente ha dato ragione alle azioni messe in campo. La prossima sarà un’altra Stagione di grande livello e soprattutto capace di contaminare, con spettacoli che potranno attrarre fasce di pubblico diverse, nell’obiettivo già raggiunto con grande soddisfazione che ci sia equilibrio tra Stagione e Festival Verdi sia nella qualità della proposta sia nella partecipazione del pubblico”.

Michele Guerra, Sindaco di Parma, Presidente del Teatro Regio di Parma

“La Stagione d’Opera 2027 del Teatro Regio di Parma offre una proposta particolarmente ricca con 8 titoli, di cui 6 opere, un concerto e un’operetta, con 5 nuovi allestimenti, 4 coproduzioni nazionali e internazionali, 2 opere nuove. Si tratta di un cartellone che si rivolge ad un pubblico ampio, anche internazionale, con titoli rari e opere del grande repertorio e con un ventaglio di generi che spazia dal melodramma, al barocco, dall’opera da camera all’operetta, fino al tributo lirico a uno dei più grandi cantautori italiani come Lucio Dalla. Ci fa piacere continuare ad aprire con titoli originali, nel 2027 sarà Boris Godunov, interamente realizzati nei nostri Laboratori scenotecnici e sartoriali. Con il concerto Regio198, celebriamo il compleanno del Teatro e promuoviamo i giovani talenti di Accademia Verdiana assieme a quelli giovanissimi del Coro di voci bianche, nell’anno che vedrà Parma quale Capitale europea dei giovani. Accanto alle opere del grande repertorio diamo spazio alle nuove creazioni con l’opera realizzata nell’ambito del bando “Giovani compositori in scena” realizzata con il sostegno di SIAE Dalla Parte di Chi Crea, promossa da AGIS in collaborazione con ANFOLFS e ATIT. La Stagione 2027 è realizzata in stretta collaborazione con il Coro del Teatro Regio preparato da Martino Faggiani e la Filarmonica Arturo Toscanini, nostri partner artistici e annovera numerose coproduzioni nazionali e internazionali che costituiscono un virtuoso elemento di programmazione”.

Luciano Messi, Sovrintendente

“Programmare Boris Godunov a Parma ha un significato particolare. Innanzitutto perché tra tutte le opere concepite nella seconda metà dell’Ottocento è quella che ha più forte un legame con Giuseppe Verdi. Nessuno, infatti, ha mai amato la propria terra così come l’hanno amata Verdi e Musorgskij né alcuno l’ha mai altrettanto celebrata. Così come nessun musicista ha mai indagato con tanta profondità il rapporto tra popolo e storia e tra individuo e potere. Musorgskij nel Boris, Verdi in Macbeth e poi nel Don Carlo e nel Simon Boccanegra. In una versione prospettica della vicenda compositiva, l’opera sarà presentata nella sua prima versione, quella del 1869, integrata con parti tratte dal secondo atto della versione 1874. Interpreti cosmopoliti: direttore americano, regista italiano, protagonista, giovane e debuttante nel ruolo, georgiano, poi russi, ucraini, italiani, brasiliani, albanesi, greci, tutti uniti in una ideale e significativa comunione. Affrontare questo capolavoro, tra i massimi in assoluto, estremamente complesso per la sua realizzazione, è un cimento importante. Ma vuole essere, soprattutto, un attestato di stima e un atto di fiducia nelle forze di un Teatro che in questi anni ha saputo garantire grandi risultati. A cominciare dal Coro che, dando voce a un popolo che attraverso la musica rispecchia la sua storia, del Boris è il primo protagonista”.

Rigoletto per Verdi rappresenta la conquista di una perfezione espressiva. Perfezione che si identifica nella definizione di un personaggio talmente grandioso da far apparire tutti i caratteri che lo circondano schiacciati da una espressività forte che ancora oggi ci toglie il fiato. Personaggio multiforme, contorto, paragonabile solo ai giganti della tragedia, animato da sentimenti antitetici che in quanto tali rompono la convenzionalità di ogni schema melodrammatico. Verdi costruisce un dramma dove il bene e il male, annullandosi l’un l’altro, si confondono e si identificano in una crisi di valori che sarebbe limitante circoscrivere all’immaginario del palcoscenico ma che si trasmette all’individuo corrodendone le certezze. Ci devono essere delle buone ragioni per riproporre tale capolavoro e soprattutto per risolverne la complessità. La prima è la possibilità di avere interpreti adeguati a un disegno volto all’affermazione delle intenzioni. La sfida di un’esecuzione di Rigoletto si risolve innanzitutto nella musica e nella capacità da parte degli interpreti di capirla ed eseguirla al meglio, garantendo la giusta caratterizzazione drammaturgica ai singoli ruoli, articolati all’interno di un frastagliato meccanismo teatrale. Per tutti i ruoli, dai più piccoli a quelli principali, i cantanti sono stati scelti considerandone vocalità e personalità secondo questi presupposti, tenendo presente la necessità di restituire i significati di un’opera caratterizzata innanzitutto da una dualità: quella tra un mondo interiore, oscuro, nascosto e un altro, esteriore, istintivo, ostentato”.

Madama Butterfly è un’opera moderna. Lo era ai suoi esordi e lo è ancora adesso. Per i tanti significati, non solo estetici, che racchiude, ancora oggi attualissimi. Il languore e la tenerezza infantile, unite al luogo scenico, a prima vista sembrerebbero costringerla entro gli stereotipi del sentimentalismo e di un indefinito colorismo liberty e orientale. In realtà Madama Butterfly è tutt’altro. Lo dice bene Enzo Siciliano quando definisce il suo un “colore avvelenato”. Basti pensare all’attacco orchestrale, percussivo, ruvido, violento, lontano da ogni sentimentalismo; più vicino a Bartók che a qualunque altro compositore legato a valori in qualche modo rassicuranti della musica. Perché Madama Butterfly è una delle testimonianze più forti di quella crisi sociale e culturale che si stava abbattendo sul nuovo secolo. In realtà la straordinarietà dell’arte teatrale di Puccini sta nel catturare l’attenzione dissimulando la realtà del dolore attraverso l’enunciazione dell’innocenza. È il modo per gestire l’emotività dello spettatore costruendo, razionalmente, un perfetto e nascosto meccanismo drammaturgico in cui la commozione nasce dal contrasto tra la semplicità e la tenacia dei personaggi, tra la speranza e la coscienza della fine, in una vicenda dove è del tutto assente qualunque “energia beatifica dell’amore”. Come sempre nei grandi compositori, qualunque messaggio si rende evidente nella musica, che scopre via via una forza che all’inizio dell’opera si cela in quella dissimulazione della realtà mascherata dalle apparenze. Forza che definisce la parte vocale della protagonista che, mentre il dramma prende forma, elimina con decisione ogni idea di languida debolezza. Quale debolezza, infatti, ci può essere mai in uno dei ruoli più lunghi, più ardui, più estenuanti che un musicista italiano abbia mai composto per una voce femminile?”.

Alessio Vlad, Direttore artistico

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